Attacco hacker AI

Come l’AI sta cambiando le regole della cybersecurity

La notizia, emersa a metà settembre 2025 in seguito alle indagini di Anthropic, è di quelle che segnano un “prima” e un “dopo”: per la prima volta, un attacco su larga scala, attribuito a gruppi cinesi, è stato orchestrato e gestito non da un team di hacker, ma quasi interamente da un agente di Intelligenza Artificiale (si stima che l’AI ha svolto dall’80% al 90% della campagna, con intervento umano richiesto “solo sporadicamente”). 

Questa non è fantascienza: è la realtà del “cybercrime 4.0”. Per le aziende, questo significa che la velocità, la precisione e la capacità di adattamento degli attacchi sono aumentate in modo esponenziale.  
Se prima gli hacker usavano l’AI come un semplice strumento, ora l’AI è diventata l’esecutore dell’attacco. 

La nuova minaccia: veloce, adattabile e silenziosa.

Cosa rende l’hacker basato su AI così pericoloso? Come agisce? 

Velocità lampo: l’AI può scansionare intere reti, trovare vulnerabilità e creare il codice d’attacco (l’exploit) in pochi minuti. Il tempo di reazione dell’azienda si riduce quindi drasticamente. 

Si adatta in tempo reale: se l’AI incontra un sistema di difesa, lo analizza e modifica immediatamente la sua strategia per superarlo, rendendo inefficaci le difese tradizionali che si basano su schemi predefiniti. 

Meno tracce umane: l’automazione riduce notevolmente gli errori e le tracce lasciate, rendendo l’individuazione e la bonifica molto più difficili per gli investigatori umani. 

È chiaro che i vecchi metodi di difesa, come i semplici antivirus e firewall che bloccano solo minacce già note, non sono più sufficienti. Dobbiamo combattere l’AI nemica con l’AI amica. 

I quattro pilastri della difesa intelligente.

Di fronte a un avversario che non dorme mai, la strategia aziendale deve focalizzarsi su soluzioni che offrano rilevamento avanzato e isolamento rapido, a partire dalla base della sicurezza.

  1. Formazione: il firewall umano.
    Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, è efficace senza la consapevolezza del personale. La formazione continua sulla Cybersecurity è il primo e più fondamentale strato di difesa. 
    Il personale deve essere in grado di riconoscere i tentativi di phishing sempre più sofisticati, spesso generati proprio dall’AI, che puntano a bypassare le difese tecniche sfruttando l’errore umano. Investire in formazione significa rendere ogni dipendente un “sensore” attivo contro gli attacchi.

  2. Rilevare l’anomalia, non solo la firma.
    Non possiamo più fidarci solo del blocco preventivo, dobbiamo imparare a riconoscere le azioni che non dovrebbero accadere, anche se provengono da un programma apparentemente innocuo. 
    Il concetto di “firma”: in gergo tecnico, la “firma” di un virus è la sua impronta digitale, una sequenza di codice nota dai sistemi antivirus. Per anni, i sistemi hanno bloccato solo le minacce di cui conoscevano già la firma.
    La nuova logica: l’hacker AI crea continuamente minacce nuove, senza una firma conosciuta. Le moderne piattaforme di sicurezza (come l’XDR) raccolgono dati da tutti i dispositivi e utilizzano l’AI per identificare i comportamenti anomali. Ad esempio: un file che normalmente non interagisce con il database e che all’improvviso tenta di cifrare dati. Questo è il segnale d’allarme, anche se l’attacco è totalmente nuovo. 

  3. Non fidarsi di nessuno: il modello “Zero Trust”.
    La regola d’oro della sicurezza è cambiata: non fidarti mai, verifica sempre (il principio dello “Zero Trust”).
    Accesso controllato: se un hacker AI riesce a entrare in una parte della tua rete, non deve avere accesso libero a tutto il resto. Bisogna isolare le aree critiche (ad esempio i server dei dati finanziari) dal resto della rete aziendale.
    Privilegi minimi: ogni utente, dispositivo o programma deve avere solo lo stretto necessario per svolgere il proprio lavoro, e non un accesso generale. In questo modo, il danno potenziale di un’intrusione viene limitato al minimo.

  4. Verificare l’affidabilità digitale della supply chain.
    L’AI nemica ha imparato che attaccare direttamente la tua azienda è difficile. È molto più facile infiltrarsi compromettendo un anello debole nella tua catena di fornitura digitale.
    Un attacco alla supply chain è subdolo perché può arrivare attraverso il software di gestione remota di un partner (come accaduto in casi noti), da un componente hardware manomesso o persino dalle credenziali rubate a un fornitore di servizi cloud che ha accesso privilegiato al tuo ambiente. L’AI, con la sua velocità di analisi, è bravissima a scovare queste “porte di servizio” meno protette.
    Ecco quindi che è fondamentale che l’azienda consideri il perimetro di difesa esteso a tutti i partner. Bisogna mettere in atto procedure per verificare l’integrità dei servizi di terze parti e lavorare solo con partner che dimostrano standard di sicurezza elevati e certificati, riducendo così il rischio su tutti i fronti.

 

In conclusione, le aziende non devono farsi prendere dal panico, ma devono agire ora, evolvendo da una difesa statica a un approccio di Cyber Resilienza dinamica e guidata dall’AI positiva. 

La tua sicurezza non può permettersi un approccio “tradizionale”.

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